Badalucco - Un murale elogio alla propria memoria storica


Scritto da gea-staff
pubblicato il 22/08/2017
Autore: Francesco Del Casino
Categoria: murales
Letture: 2993 ( Aggiornato il: 22/08/2019 17:05 )
murales
Credits: Giovanni Zecchini

Badalucco: rivolta contro la diga di Glori (1963)

Una storia lontana negli anni ma molto a cuore alla maggior parte della popolazione di Badalucco, soprattutto un ricordo ancora vivo negli anziani del paese. Uno spettro che, ancora oggi spaventa, e potrebbe ritornare in auge viste le voci che circolano negli ultimi anni su una possibile nuova iniziativa simile.

Il torrente Argentina, che nasce dalle Alpi Marittime ad una quota di 2000 metri sulle pendici meridionali del Monte Saccarello, fino agli inizi del dopoguerra, veniva "sfruttato" dalla comunità badalucchese come fonte di acqua potabile e per irrigare sia gli orti privati, i cui prodotti erano preziosi per le economie familiari, che per sostenere le attività agricole locali: dal grano, e le relative farine, alle olive taggiasche con la relativa produzione del pregiato olio.

Nel 1962 una società idroelettrica ligure ottenne il permesso per la costruzione di una grande diga nella vallata Argentina a scopi potabili, irrigui e idroelettrici. I lavori iniziarono senza grandi clamori finchè una parte della cittadinanza iniziò a sollevare alcuni dubbi e perplessità sull'iniziativa. In particolare, i dubbi facevano perno sia sulle "reali" intenzioni della società idroelettrica che sulla predisposizione morfologica della vallata per accogliere, in sicurezza, l'invaso artificiale.
Molti sospettavano che l'obiettivo della società era quello di "sottrarre" acqua dal torrente per ridistribuirla in alcune zone della Liguria dove mancava o era persino scarsa allo scopo di supportare lo sviluppo delle coltivazioni di fiori, in particolare quelle di garofani e rose (zona che oggi conosciamo tutti come Riviera di Ponente e la sua Riviera dei fiori, ndr). 
Per quanto concerne, invece, la conformazione geologica della vallata alcuni puntavano il dito sul sospetto che le rocce non avrebbero mai potuto contenere i 20 milioni di metri cubi previsti (con una altezza di 80 metri dal letto del torrente). Infatti la roccia circostante era, ed è, di scarsa compattezza e di conseguenza non idonea. Inoltre le poderose spinte sismiche, caratteristiche dell'intera zona, rendevano l'iniziativa altamente pericolosa.

Nonostante queste, inizialmente, circoscritte polemiche i lavori iniziarono e proseguirono senza intoppi.
La maggior parte della popolazione ignorava i reali rischi finchè, la sera del 9 ottobre 1963, si verificò il disastro del Vajont, in provincia di Belluno al confine tra Veneto e Friuli.
Alle ore 22.39 di quel fatidico giorno una colossale frana di 270 milioni di metri cubi precipitò dal Monte Toc nella diga artificiale del Vajont generando una poderosa ondata, simile ad uno tsunami, che varcò le mura di cinta della diga e si scagliò contro i paesi circostanti. Dai giornali venne soprannominata L'onda della morte e gli effetti furono catastrofici: desolazione e distruzione, e circa 2000 vittime. Fu un evento che coinvolse - emotivamente - l'intera nazione.
La causa del disastro fu imputata alla non idoneità dei versanti del bacino. Infatti, dopo la costruzione della diga, si scoprì che essi avevano caratteristiche morfologiche di incoerenza e fragilità, incompatibili con la costruzione della diga.

Questa catastrofe sensibilizzò e mobilitò tutta la popolazione badalucchese che prese coscienza dei rischi e diede vita, immediatamente, ad un comitato antidiga. Successivamente si attivarono con una sfilza di telegrammi ed una serie di manifestazioni per attirare l'attenzione delle Istituzioni sia a livello locale che nazionale. Ma la mancanza di risposte e il cantiere sempre "operativo" resero incandescenti gli animi e la popolazione si inferocì. In quella occasione anche le donne badalucchesi, giovani ed anziane, scesero in piazza e, a detta di molti, erano le più agguerrite nella protesta. Persino i partigiani si mobilitarono dissotterrando e rispolverando le armi nascoste nei boschi. 
L'esasperazione portò anche ad alcuni atti violenti ed attentati dinamitardi contro il cantiere della diga. 

In quelle giornate di rivolta molti vennero arrestati e processati, ma la battaglia non si placò. Anzi. In un mese la situazione precipitò e l' 11 settembre 1963 a Badalucco, e nelle frazioni limitrofe, le campane iniziarono a suonare a martello fin dalle prime ore dell'alba. Le popolazioni dei vari paesi scesero in piazza compatte e diedero luogo ad una grande manifestazione che raggiunse l'obiettivo primario: attirare l'attenzione delle maggiori testate giornalistiche dell'epoca.
Stavolta il rapido tam tam della notizia e la determinazione dei rivoltosi portò al blocco definitivo della costruzione della diga.



Questa storia è stata raffigurata simbolicamente nell'opera muraria realizzata dal professore senese Francesco Del Casino all'ingresso del paese nel 2007.


Qui potete ammirare altre foto storiche messe a disposizione da parte di Giovanni Zecchini:

Foto storica rivolta

Foto storica rivolta

Foto storica rivolta

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Riferimenti /Ringraziamenti

Francesco Del Casino (foto storiche e info)
Giovanni Zecchini (foto, documenti e info)


Approfondimenti:
  1. La storia della rivolta contro la costruzione della diga di Glori
  2. Documentario Quando l’acqua fa paura dei registi sanremesi Piero Farina e Marisa Fogliarini.

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