Giovanni Maria Angioy


Scritto da gea-staff
pubblicato il 12/10/2016 aggiornato il 19/10/2016
Categoria: cultura e tradizioni
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cultura e tradizioni
Credits:

Giovanni Maria Angioy
(Bono, 19 aprile 1751 – Parigi, 22 febbraio 1808)

Giovanni Maria Angoy nacque a Bono da una famiglia benestante, e divenne orfano a soli 7 anni.
Venne educato e cresciuto dagli zii materni, entrambi sacerdoti, e fu avviato agli studi in giurisprudenza.

Una volta laureatosi a Cagliari, dopo un concorso, divenne professore di Istituzioni civili.
La docenza università gli servì come trampolino di lancio per una carriera nella magistratura. Venne prima nominato giudice della Reale Udienza, il massimo organismo giudiziario dell'isola, e successivamente assistente del reggente la Reale Cancelleria.
Si sposò con Anna, la figlia di Belgrano, un importante commerciante locale.
Grazie al suo intuito e alle sue doti, riuscì ad investire elevate somme di denaro che lo portarono ad acquisisre molti terreni e proprietà immobiliari.
Si avventurò anche in imprese nel settore manifatturiero producendo e lavorando le fibre tessili.
Rimasto vedovo nel 1792, focalizzò la sua vita nei suoi affari e nell’attività politica.


Decennio rivoluzionario sardo
Il cosidetto decennio rivoluzionario sardo, che va dal 1789 al 1799, vide in Angioy un vero e proprio protagonista.

In quel periodo le città erano poco abitate e la maggiore parte della popolazione risiedava nelle campagne, vessata dalla durissima imposizione fiscale feudale.
Infatti, a quell'epoca, il vero male della Sardegna era proprio il feudalesimo, le cui basi facevano cardine sullo sfruttamento dei sudditi, penalizzando l'unica vera fonte di reddito dell'isola: l'agricoltura.

Tutti i feudi erano vessati dal pagamento dei dazi feudali, fatta eccezione per le 5 città regie: Castelsardo, Sassari, Alghero, Bosa, Oristano, Iglesias e Cagliari.
Agli agricoltori veniva sottratto un quinto di ciò che seminavano (diritto di giogo); ai pastori veniva "sottratto" un capo di bestiame ogni dieci (deghino); mentre i vassalli, oltre ai vari tributi, dovevano pagare un reale (feu) e versare una parte degli animali di corte (galline da corte).

Gli animi erano esasperati e i malumori erano sempre più crescenti.
L'agricoltura, la fonte principale di sostentamento, versava in condizioni di profonda arretratezza.

Una delle intuizioni più innovative di Angioy fu quella di provare a migliorare le condizioni dell'isola introducendo un sistema capitalistico sia a supporto del settore agricolo locale che di quello peschereccio.

Alla fine del 1789 si dedicò alla coltivazione sperimentale del cotone e dell'indaco, materie prime poi trasformate in una sua manifattura che produceva guanti, coperte, calze e berretti.
Il cotone era una pianta esotica pressoché sconosciuta in Sardegna, ma largamente coltivata in varie zone del meridione d’Italia.
Egli riuscì a dimostrare che il cotone poteva essere coltivano in Sardegna con risultati  sorprendenti, con rese quantitative e qualitative superiori a quella del più pregiato cotone di Sicilia, di Malta e dello stesso Egitto.

A proprie spese, infatti, fece costruire appositi macchinari per la sgranatura, cardatura e la filatura del prodotto grezzo; fece tessere il filato su telai casalinghi appositamente adattati, ottenendo un tessuto ruvido ma tanto resistente da diventare utilissimo per ottimizzare le vele per le barche da pesca.

L'idea avrebbe potuto far fare un salto di qualità all'intera regione soprattutto perchè, all'epoca, non esistevano aziende nel settore tessile, neanche a livello artigianale.
Si sarebbero potuti coinvolgere i contadini e trasformare le loro colture in piantagioni di cotone, si sarebbero potute costruire - sempre in loco - aziende per la lavorazione del prodotto grezzo e della confezione del prodotto finale.
Inoltre, sviluppando ed investendo nel commercio, ad esempio dei tessuti, si sarebbe potuta costituire persino una marineria mercantile tutta sarda.

Idee, però, che non attecchirono. Forse anche a causa del clima politico che si stava vivendo.

I primi cenni di ribellione iniziarono già nei primi anni 80 del 1700 quando, oltre ai già esistenti malumori politici ed economici, la Sardegna venne coinvolta nella guerra della Francia rivoluzionaria.
Lo scontro tra Francia ed il Piemonte ebbe ripercussioni anche in terra sarda quando i francesi sbarcarono a Carloforte cercando di raggiungere Cagliari.
In quell'occasione i sardi si opposero con resistenza all'invasione francese proteggendo la propria terra e il dominio piemontese, dal quale si aspettavano - in cambio - un minimo di riconoscenza.
Un'aspettativa disattesa e infranta quando il Re rifiutò la proposta Cinque Domande inviata direttamente dagli Stamenti(*) parlamentari attraverso una propria delegazione.
La proposta mirava a dare maggiore autonomia alla nobiltà sarda e all'emergente borghesia sarda. In sintesi le Cinque Domande chiedevano al Re:
  • che il Parlamento, mai riunito dai re sabaudi, fosse convocato come già dai re di Spagna, ogni dieci anni;
  • conferma degli antichi privilegi;
  • riservare ai sardi le cariche pubbliche, civili e militari (escluse le alte cariche);
  • istituzione a Torino di un Ministero per gli affari della Sardegna;
  • istituzione a Cagliari di un Consiglio di Stato,
Il non aver consegnato le Cinque Domande al Vicerè Vincenzo Balbiano e la diffidenza verso ogni forma di decentramento politico o amministrativo, spinsero il Re a rifiutare le richieste.
Al contempo il governo sabaudo, fedele a tale politica, durante il soggiorno a Torino dei rappresentanti del parlamento, impose lo scioglimento delle assemblee degli Stamenti.
Non solo.
A far crescere il malcontento dei sardi fu, in primis, l'attesa di tre mesi a cui è stata sottoposta la delegazione degli Stamenti. E, successivamente, nelle modalità di comucazione del rifiuto.
Il governo sabaudo, infatti, non comunicò l'esito direttamente alla delegazione, bensì la inoltrò al Vicerè in Sardegna con il compito di divulgarla ai sardi.

Il 28 aprile 1794 i malumori e l'insofferenza collettiva sfociarono in rivolta quando il vicerè fece arrestare i due capi del cosiddetto "partito patriottico", gli avvocati cagliaritani Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor.
I vespri sardi diedero vita alle giornate de s'acciappa, in cui perseguitarono e cacciarono dall'isola tutti i piemontesi presenti in città, incluso il vicerè Vincenzo Balbiano (7 maggio).
L'esempio fu seguito da altre città e la rivolta si propagò in tutta la Sardegna.
L'isola viene provvisoriamente governata dagli Stamenti e dall'altro organo istituzionale sardo, la Reale Udienza (formata da magistrati e giudici), con l'obiettivo primario di ristabilire l'ordine.

Immediatamente inviarono una missiva al Re spiegandogli le ragioni della rivolta e il loro impegno nel sedare gli animi.
Alla missiva allegarono, nuovamente, le famose Cinque Domande con l'aggiunta di una sesta in cui si chiedeva l'amnistia per tutti coloro che avevano partecipato ai moti del 28 aprile.

Nel settembre 1794, a seguito di varie trattative, venne insediato un nuovo Vicerè, Filippo Vivalda di Castellino.
Il re Vittorio Amedeo III, inoltre, accettò alcune delle cinque richieste nominando ad importanti cariche istituzionali personaggi di nazionalità sarda.

Nonostante tale apertura, gli Stamenti si spaccarono in due a causa di una diatriba sulle procedure di nomina reali.
Il gruppo dei novatori (riformatori), in contrapposizione ai normalizzatori (conservatori), volevano che il Re scegliesse le nomine fra le "terne", cioè delle indicazioni sui possibili candidati fatte dagli stessi Stamenti, così come previsto dal dettato della costituzione del Regno.
A far precipitare gli eventi fu la nomina reale di tre funzionari sassaresi nella Reale Udienza, personaggi apertamente schierati con il partito dei normalizzatori.
Ancora una volta, la nomina fu fatta dal Re senza rispettare la procedura.
Scoppiarono varie rivolte e la vittoria dei novatori determinò anche il contrasto tra il Capo di Sopra (Sassari e il Logudoro) guidato dalla nobiltà sassarese e il Capo di Sotto guidato dai novatori vincitori a Cagliari.
I nobili del Capo di Sopra, sobillati e assecondati dal ministro piemontese Galli della Loggia, dichiararono una secessione di fatto dal Capo di Sotto.

Il 13 febbraio 1796, con l'intento di sedare gli animi e ristabilire l'ordine, il viceré Filippo Vivalda nominò Giovanni Maria Angioy, in quegli anni giudice della Reale Udienza, e gli conferì poteri vicereali (Alternos).

Giovanni Maria Angioy, con pochi uomini, partì da Cagliari ed attraversò tutta la Sardegna, in direzione di Sassari con l'obiettivo di sconfiggere i reazionari.
In ogni paese in cui faceva tappa, la popolazione lo accoglieva con entusiasmo rianimata da nuove speranze.
G. M. Angioy riusciva, con i suoi modi di fare, ad entrare nel cuore delle persone, le quali gli confidavano i propri bisogni e disagi sociali tra cui l'evidente arretratezza dell'agricoltura e l'oppressione feudale.
La popolazione, in cambio, per omaggiarlo e supportarlo nell'impresa, gli mettevano a disposizione nuove truppe. A tale punto che, raggiunta Sassari, il suo esercito era imponente e l'accolglienza fu trionfale.
Per i sardi Giovanni Maria Angioy era considerato "Il liberatore".

Ridato ordine al Capo di Sopra,  ovvero la Sardegna centro-settentrionale avente come polo urbano di riferimento Sassari, il Liberatore diede il via ad una serie di riforme che tendevano a rinnovare molto più radicalmente la società sarda con lo scopo di abolire il
feudalesimo
.
Il metodo scelto per abolire il feudalesimo era l'acquisto dei diritti feudali da parte delle "ville" (villaggi): di fatto, i diritti feudali venivano ceduti dietro un compenso giudicato equo.
Tuttavia l'Angioy prevedeva anche l'uso della forza contro i feudatari che rifiutavano di vendere i loro diritti feudali.

Tali riforme però fecero venir meno l'appoggio dei novatori più moderati e dello stesso Vicerè. E il tentativo fallì.
Anche perchè, per cacciare la monarchia dall'isola, Angioy mentenne vivi alcuni rapporti con i francesi che, in quei mesi invasero il Piemonte con Napoleone.
Purtroppo, però, re Vittorio Amedeo III fu costretto a firmare il trattato di Cherasco e successivamente a Parigi, il 15 maggio 1796, la pace con i francesi.
Di conseguenza il Liberatore si ritrovò senza appoggi e con una taglia cospicua sulla testa.

Il 2 giugno del 1796 tentò una marcia verso Cagliari, ma l'8 giugno venne sconfitto in una battaglia al ponte sul Tirso ad Oristano e venne abbadonato da tutti i suoi compagni di idee e partito.
A quel punto, senza alcun appoggio, fu costretto a fuggire dalla Sardegna, imbarcandosi da Porto Torres la sera del 16 giugno 1796, e rifiuggiarsi in Francia, dove iniziò il suo esilo.

Anche se lontano dalla sua amata patria, attraverso vie diplomatiche con lo stesso Napoleone, cercò di portare avanti un piano per liberare la Sardegna con l'intento di proclamare una repubblica indipendente sotto la protezione della stessa Francia.
Anche questo tentativo, purtroppo, fallì.
L'esercito che la Francia aveva messo a disposizione in Corsica, nel gennaio del 1800, fu costretto a cambiar programma all'ultimo minuto a causa di un'insurrezione nell'isola.

G.M Angioy ci riprovò qualche anno dopo, nel 1799, pubblicando un memoriale sulla Sardegna, le Mémoires sur la Sardaigne, in cui illustrava le sofferenze dell'isola ed evidenziando l’opportunità e l’utilità per la stessa Francia di una simile iniziativa.
La Francia si sarebbe avvantaggiata dei prodotti di cui la Sardegna abbondava (grano, bestiame, pellami, formaggio, metalli), oltre alla maggior sicurezza strategica nel Mediterraneo occidentale col controllo della base navale di La Maddalena (allora presidiata dalla flotta inglese) e degli approdi delle isole di San Pietro e Sant’Antioco.
Ma anche questo tentativo non ebbe successo.

Il 22 febbraio del 1808, privo di appoggi politici sia in Sardegna che, ormai, anche in terra francese, Giovanni Maria Angioy morì a Parigi povero e in solitudine.
Non è noto persino il luogo di sepoltura, probabilmente una fossa comune.



Oggi, sulla facciata del Municipio di Bono, si legge:
« A Giovanni Maria Angioy, che ispirandosi ai veri dell’89 bandì la Sarda crociata contro la Tirannide Feudale. »




Approfondimenti
* Stamento
Si chiamava stamento, o braccio, ciascuna delle componenti del parlamento del Regno di Sardegna.

Esso era articolato in tre bracci: stamento militare, stamento ecclesiastico e stamento reale. I loro componenti si chiamavano "voci".
Lo stamento ecclesiastico, che costituiva il primo braccio per il cerimoniale, era composto dal clero: ne facevano parte infatti i tre arcivescovi sardi, i vescovi, gli abati ed i priori. La "prima voce", ossia il presidente, era l'arcivescovo di Cagliari.

Lo stamento militare era composto dai cavalieri, dai nobili e dai feudatari; lo stamento civile, o reale, era composto dai rappresentanti delle sette città regie (ossia senza feudatario), detti sindaci: Alghero, Bosa, Cagliari, Castellaragonese (oggi Castelsardo), Iglesias, Oristano e Sassari.


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